ilbellantonio

Il Bell’Antonio, (così da sempre lo avevano chiamato prima i compagni, poi via via tutti anche in famiglia) si era trovato all’improvviso sveglio ma cosciente di continuare a dormire. Il tunnel che aveva percorso, sospeso e quasi interminabile, si restringeva nella prospettiva e la luce di fondo si faceva sempre più abbagliante.

Non ricordava quando v’era entrato, come e perchè; ma sperava incuriosito di arrivare alla fine e riposare l’affanno che sentiva stringergli il petto. Era forse morto? Aveva tante volte sentito dire di questa sensazione che afferra i primi passi nella nuova vita, nell’al di là che nessuno riesce mai a raccontare compiutamente al suo rientro.

E non pensava potesse capitare a lui, certo non giovane, ma ancora in forze. O almeno così credeva, forse per farsi coraggio quando ad allungarsi è la vita già vissuta e si intravede la fine. Che ci sarebbe stato immerso in quella luce? Cosa e chi gli sarebbe venuto incontro? In quale scenario avrebbe dovuto recitare o vivere? E per quanto tempo, prima di rientrare in possesso della dimensione vitale, della sua stanza, delle sue amate collezioni ceramiche sopravvissute all’incuria dei suoi parenti (aveva rifiutato di cederle anche in momenti di quasi povertà), delle sue amate pentole e tegami e mestoli cui il tempo e l’uso avevano conferito un acceso colore ramato, quasi di vinaccia ormai esaurita e deposta a rinsecchirsi al sole? Con stupore compiaciuto ripensava alla sua giovinezza.

Niente gli era stato precluso da quando con il padre aveva violato la sua innocenza ed era diventato uomo. Alla soddisfazione compiaciuta dell’eros gli faceva eco l’orgoglio che il padre manifestava anche nelle continue allusioni agli astanti e nei programmi e prestazioni a scadenze settimanali da ripetere, perchè no, insieme loro due uomini -padre e figlio- già grandi anche se non coetanei. La scoperta di quei piaceri sottili e prolungati che solo le donne esperte potevano assicurargli lo aveva condizionato, poi, per tutta la vita.

Era stata la sua quotidiana incombenza, quasi un lavoro o una professione spesso condivisa col padre e si era ritrovato ai suoi primi trent’anni, con il padre morto da poco, a gestire la fortuna lasciatagli con speranzosa prodigalità e tanta orgogliosa superbia sessuale paterna. Era stata però anche l’inizio della sua rovina.

La sua dimora a due piani, quella stessa di suo padre e quella stessa del padre di suo padre, a due passi dalla storica Università e segnata dalla virtuosa ricostruzione del dopo terremoto seicentesco, stava per diventare silenziosamente, quasi discretamente, una dimora cupidica, un delizioso bordello, dove i ricordi mescolati agli effluvi stantii delle pareti intrise di umidità non riuscivano a sopire entusiasmi virulenti e giovanili.

Dal comodato, spesso gratuito (non aveva perso l’abitudine alla generosità non mercenaria d’un tempo), all’impegno nella grande cucina della casa, facendo rivivere le vecchie ricette di nutrici e cameriere e monsù, il passo era stato breve e scontato. Era diventato oste, ristoratore per sè e per la sua vecchia passione d’amore mercenario. La voce di un ospite-padrone-ristoratore, capace di soddisfare sensi erotici e culinari si era sparsa tanto velocemente in città da non lasciargli il tempo di pensare ad organizzarsi e di regolare i flussi migratori di ospiti e donnine e le pressanti richieste di aspiranti comodatarie. Aveva scoperto il gusto di nascondersi per non rivelare le ricette che gli ospiti supplicavano di svelare, più per vanità di conoscenza che desiderio di provare a rifare i piatti che mandavano effluvi di cottura grassa, ma non untuosa, intrigante ma non lasciva, mielosa ma non nauseante

Come riviveva bene, tra quelle mura, la cultura della vecchia cucina siciliana con i suoi passati arabi nella memoria e nella fantasia di Ghisotto, tornato artefice della sua vita, dopo lunga migrazione, e nuovo oggetto di desiderio delle sue donnine ! Stasera – o forse era ancora mezzogiorno!? – avrebbe preparato a tunnina cca’ cipuddata (altro suono semantico che l’italiano “carpione” che ricordava la carpa di fiume, scipida e senza anima). E poi i puppittuni cu l’ovu u fummaggiu e salami cosa diversa dal tanto copiato falsomagro in carne macinata perchè la singola porzione di risulta non prevedeva intagli nella carne dilaniata e non confondeva aromi e sapori racchiusi nella nicchia del macinato, come l’umore di una donna cui la bramosia dell’amore imminente e ritardato spinge tra le pieghe delle gambe serrate. I dolci, quelli, aveva dovuto sudare per prepararli secondo le indicazioni del vecchio quaderno della madre di suo padre, ritrovato tra la paglia di una vecchia damigiana di vetro. Della fodera nera che ricopriva le logore paginette ben poca cosa era rimasta.

La grafite della matita, però, era stata usurata fino alla morte se i segni avevano resistito all’ingiuria del tempo e dell’umido della cantina. Ghisotto aveva perso tante ore a decifrare l’incerta grafia delle artritiche nocche della nonna, specie nell’indicazione delle dosi (confusi e tremolanti i segni, quasi irriconoscibili i numeri), frutto della vecchiaia, ma anche di scuola senza profitto e grande svogliatezza.

Epperò i profumi del pandispagna, del salame di cioccolato e biscotti, della pastareale e della pasta di mandorla e pistacchio, della crostata di carote e mandorle, del crochenbouche del monsù (progenitore del più moderno profitteroles) quando si diffondevano tra le volte e poi nelle camere e, poi, soggiogati dal cielo terso e dai colori della primavera, si spandevano oltre le mura e fino alla piazza dell’Università, generavano un torcicollo follaiolo verso la casa come un grande tuono al cui sentire ciascuno gira il capo in direzione dello scoppio, attimi di silenzio raccolto e testatore, col cuore sospeso nel timore della fine di quel paradiso dell’olfatto.

La sera, soddisfatto, Ghisotto non riusciva a sentire neppure la stanchezza, lasciandosi dietro ed addosso le occhiate riconoscenti e ammiccanti delle donnine che si ritiravano nelle loro stanze per riposare il corpo sfruttato. E non riuscì a sentire neppure quella fitta terribile che gli chiudeva inesorabilmente la vita, lasciandogli, tuttavia, il tempo per respirare lungo il tunnel buio e, via via, fino alla luce della nuova vita. Un ultimo pensiero l’aveva afferrato e sospeso tra perdono e castigo: da piccolo, presso i Gesuiti che lo avevano educato con scarsi risultati, gli era rimasto scolpito nel cuore e nella mente l’invito di S.Agostino ”ama e fa’ quel che vuoi”.

Certo aveva amato, tanto; e tanto aveva fatto, volendolo.
E tanto aveva donato agli altri. Aveva ancora una speranza…